In situazioni di difficoltà con i propri figli, molti genitori a parlare del problema con il bambino stesso, nel disperato tentativo di risolverlo. Vengono utilizzate perlopiù spiegazioni razionali o lunghi monologhi, volti a far ragionare il bambino sull’accaduto, come se questo potesse realmente arrivare alla logica sottostante i propri problemi.
In un’età che potremo definire “prima infanzia”, pretendere di spiegare i propri comportamenti in termini di causa-effetto è a dir poco utopico.
I bambini vivono soprattutto di simboli, storie, figure e giochi. Utilizzare un linguaggio diverso, perlopiù logico, significa faticare ad entrare in relazione con loro e, soprattutto, inibire la loro ricerca di significato, la loro curiosità, la loro scoperta.
Per ogni bambino l’attività prevalente è la ricerca di attenzione da parte dell’adulto. Ricevere attenzioni, al di là di una motivazione precisa, con lunghe e dispendiose spiegazioni, rende qualsiasi comportamento particolarmente utile e, in questo senso, facilmente ripetibile.
Ormai sempre più spesso incontriamo mamme o papà che lamentano “più mi sforzo di spiegargli che è sbagliato, meno ottengo!“.
Il modo di comunicare e relazionarci con i bambini definisce e qualifica i contenuti del nostro messaggio, e non il contrario. Strategie e stratagemmi che consentono al genitore di pianificare determinate scoperte ai propri figli sono risultati molto più efficaci di tante presuntuose spiegazioni. D’altronde, se i bambini fossero in grado di capire e arrivare subito alle ragioni, non avrebbero bisogno di essere educati.
“Se non sai spiegarlo a un bambino di sei anni, vuol dire che non l’hai capito nemmeno tu” A.Einstein


